Scarpe made in Italy: oggetti di culto

Scarpe made in Italy (credits Anci)

Scarpe di alto livello: l’Italia è il primo produttore europeo e il quarto nel mondo. Confezionarle significa portare avanti un’eccellenza così radicata che se ne trovano tracce persino in una novella del Decamerone di Boccaccio, in cui si fa riferimento alla produzione di calzature a Sant’Elpidio a Mare, nelle Marche. Regione che ha cominciato la sua liaison con le calzature artigianali nel ‘400 e che ancora oggi vede il distretto al primo posto come aziende e addetti nel settore. Dalla scorsa esposizione del Micam, la più importante fiera che raccoglie il meglio della produzione calzaturiera made in Italy (le foto che vedete pubblicate sono tratte proprio i modelli primavera estate presentati al Micam, tratte dal sito di Anci On line), emerge che quest'estate andranno di moda  scarpe non importa se alte o basse, zeppe o ballerine: l'importante è che siano colorate. Colori accesi, mix di toni allegri e divertenti puntano l'attenzione su questi veri oggetti di culto e con ironia prendono "a scarpate" la crisi e l'umore grigio di questi giorni. Ma come nasce una scarpa d'eccellenza made in Italy? E dove si producono?

Dalle stime di Anci, l’associazione nazionale calzaturifici italiani, sulle realtà che producono scarpe a mano e su misura, le Marche resistono in vetta con 1.993 aziende e 23.048 addetti, seguite da Toscana, Veneto, Lombardia, Campania, Puglia, Emilia Romagna. L’eccellenza produttiva deve fare i conti con una crisi economica che in una decina di anni ha dimezzato la produzione (dai 460 milioni di paia del 1997 ai 242 milioni del 2007, tanto per dare un’idea), con una concorrenza spietata dei paesi asiatici e una legge sulla filiera del Made in Italy incerta. Eppure continuano a sbocciare “gioielli”. Per la gioia di tutti i feticisti del mondo.

Marche: storia ed eccellenza di una tradizione calzaturiera

Il distretto delle calzature marchigiano comincia dalle botteghe. E da lì finisce nelle vetrine più esclusive di mezzo mondo. Già nel Medioevo i calzolai avevano un notevole peso nelle corporazioni dei mestieri. Un prodotto legato al territorio: le Marche infatti erano il principale punto di ingresso delle importazioni del cuoio da Grecia e Balcani.  Dalle semplici  “chiochiere” e “pianelle”, (scarpette basse  in pelle o stoffa con suola piana in pelle cavallina) ai modelli sofisticati. A metà del Novecento, con l’arrivo di macchinari più specifici, la produzione calzaturiera fa il grande salto, e nascono le industrie. Sarebbe però un errore identificare la produzione calzaturiera industriale come impersonale. E’ il “capitale umano” il valore aggiunto.

ballerine, tendenze primavera estate 2012
Alte o basse non importa: le scarpe alla moda dovranno essere colorate

Scarpe in Italia: gli altri distretti delle calzature

Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Puglia: qui nascono imprenditori e calzature che vestono piedi blasonati e del jet set internazionale. Linee classiche come firme inconfondibili.  Come nel caso di Vito Artioli: imprenditore,presidente di Anci e della Confederazione Europea dell’Industria della Calzatura (CEC)  Sua è la Star di Tradate, calzaturificio di lusso in provincia di Varese che tra i suoi clienti vanta stirpi reali e alcuni tra i più importanti rappresentati della scena politica internazionale. Un paio di Artioli fu portato in dono anche a papa Giovanni Paolo II. Un marchio leggendario: come le foto sfocate in bianco e nero che immortalano la nascita di un impero partendo da una bottega e da un’idea geniale. Ha conquistato il mondo, con più del 90% delle esportazioni.

E ogni località ha le sue caratteristiche: così per esempio in Veneto, a Strà si trovano le scarpe di lusso, mentre a Verona la produzione più numerosa. Si continua a produrre procedendo su due binari: rispetto per l’artigianalità, ricerca e innovazione costanti.

L’arte di confezionare scarpe italiane sale anche in cattedra. Come in Emilia Romagna, a San Mauro Pascoli, lo “zoccolo duro” della tradizione calzaturiera della regione. Qui, dal 1984 è attivo il Cercal, il centro di ricerca e scuola  internazionale calzaturiera, dove si studia l’intera filiera produttiva della produzione delle scarpe di qualità, accreditato dalla regione. Sono circa un’ottantina le aziende consociate: una lista che raccoglie alcuni marchi top nel settore. Altri istituti di formazione sono a Firenze al Fit (fashion istitute of tecnology), al politecnico di Stra a Riviera del Brenta e a quello di Torino. Nel varesotto c’è la scuola professionale al Dell’Acqua di Legnano, a Vigevano  l’Itis Caramuel.

Un lavoro di alto artigianato

Vigevano: la “capitale delle scarpe”.

Se c’è una città simbolo della storia di eccellenza di questo settore è Vigevano. Qui tracce dell’attività si trovano già nel quattordicesimo secolo. Nel 1866 Luigi e Pietro Bocca, diedero vita al primo calzaturificio modernamente inteso. Nella città ducale sono nate le scarpe da tennis e le calzature in gomma. Mentre agli inizi del secolo Antonio Ferrari aprì la prima fabbrica italiana di macchine per calzature. Dalle origini al presente, la storia della calzatura si può osservare ancora oggi al Museo Internazionale della Calzatura, prima e unica istituzione pubblica in Italia dedicata alla storia e alla evoluzione della scarpa.

La città non ha perso il suo peso nel settore: continuano ad essere attivi calzaturifici di spicco e dagli anni Ottanta è attivo Cimac, il centro italiano materiali di applicazione calzaturiera, nato per volontà di Anci. Un laboratorio innovativo dove operano tecnici specializzati per offrire alle imprese del settore calzaturiero e della filiera servizi  della ricerca, della sperimentazione e del controllo qualità. Qui si rilasciano certificazioni e si controlla il rispetto delle normative vigenti, anche per la salute e la sicurezza dei consumatori.

Al.Fa

Ciao, sono Alessandra, faccio la giornalista da oltre dieci anni, lavoro in un'agenzia di comunicazione in ambito food e scrivo di viaggi e cibo per diverse testate online. Le mie passioni? Viaggi, storie autentiche, natura, mobile journalism. Non serve andare lontano per stupirsi. Quello che serve a un viaggiatore sono occhi aperti e buona memoria.

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