Significato di Gentrificazione

Se sei un appassionato di True Crime e ascolti Non Aprite Quella Podcast avrai già sentito parlare di gentrificazione…Ma sai cosa significa?

Ti è mai capitato di tornare in un quartiere dopo qualche anno e pensare “ma questo posto non era così”? Magari dove prima c’era l’osteria dello zio Pino ora c’è un bistrot con i tavolini di legno e la lavagna con scritto “avocado toast”. Dove un tempo gli anziani giocavano a briscola, ora gruppi di trentenni con la barba curata sorseggiano cocktail artigianali.

Ma cosa significa esattamente questa parola che sentiamo sempre più spesso? E soprattutto, è sempre un male? Facciamo un viaggio insieme nel mondo della gentrificazione, perché capire questo fenomeno significa capire come vivono e si trasformano le nostre città.

Una parola che viene da lontano: la piccola nobiltà inglese

Iniziamo dall’etimologia, perché le parole hanno sempre storie affascinanti da raccontare. “Gentrificazione” deriva dall’inglese “gentrification“, che a sua volta nasce da “gentry” – termine che nell’Inghilterra storica indicava la piccola nobiltà di campagna, quella fascia sociale intermedia tra i grandi lord e i contadini.

Il termine è stato coniato nel 1964 da Ruth Glass, una sociologa tedesca trasferitasi a Londra, che osservava con occhio attento i cambiamenti che stavano avvenendo in alcuni quartieri della capitale britannica. Nel suo studio su Islington, Glass notava che “gli squallidi ristoranti italiani sono ormai diventati eleganti espresso bar. Le piccole scuderie e i cottage si sono trasformati, come Cenerentola, in residenze eleganti e costose”. Ma non era una favola: “Una volta che questo processo di gentrificazione inizia in un distretto”, scriveva Glass, “va avanti fino a quando tutti o la maggior parte degli occupanti originari della classe operaia sono sfollati, e l’intero carattere sociale del distretto è cambiato”.

Cosa significa davvero “gentrificazione”

La gentrificazione è un concetto sociologico che indica il progressivo cambiamento socioculturale di un’area urbana da proletaria a borghese a seguito dell’acquisto di immobili, e loro conseguente rivalutazione sul mercato, da parte di soggetti abbienti.

In parole semplici? È quando un quartiere popolare diventa trendy, i prezzi salgono, e chi ci viveva prima non se lo può più permettere. Sinteticamente, può essere definita come processo di imborghesimento di aree urbane un tempo appannaggio della classe operaia, la quale è progressivamente rimpiazzata non potendo più economicamente sostenere i nuovi standard qualitativi del luogo di residenza.

Ma attenzione: la gentrificazione non è solo questione di soldi. È un fenomeno complesso che tocca l’identità stessa dei luoghi, la loro anima sociale e culturale.

Come nasce una gentrificazione: il ciclo che si ripete

Il processo segue spesso uno schema ricorrente, quasi prevedibile. Prima arrivano gli artisti, attratti da affitti bassi e spazi grandi. Poi cominciano ad aprire gallerie, caffè alternativi, piccoli negozi vintage. Il quartiere acquisisce una certa “coolness”, inizia a comparire sulle guide turistiche come “da scoprire”.

A questo punto arrivano i professionisti della classe media: giovani coppie, creativi, lavoratori del terziario che cercano autenticità ma con comfort moderni. I proprietari di casa si accorgono che possono alzare gli affitti. Nascono ristoranti più raffinati, negozi di design, coworking space.

La trasformazione di edifici un tempo ospitanti attività imprenditoriali in alloggi, quasi sempre di dimensioni piccole o medie, spesso in loft. Ma comporta anche e soprattutto una modifica sostanziale a livello di attività commerciali che vi si svolgono. Se un tempo il quartiere era popolare e sede di piccole attività operaie ed artigiane, una volta “gentrificato” diventa sede pressoché esclusiva di terziario, con tanti locali “trendy” o “fashion”.

Infine, paradossalmente, molti quartieri gentrificati sono diventati con il tempo vittime del loro stesso successo. I primi “nuovi abitanti” dei quartieri, gli artisti, sono stati spesso i primi a lasciarli: le nuovi costruzioni, l’aumento dei nuovi residenti e dei nuovi negozi, e la scomparsa di quelli vecchi, hanno portato la maggior parte dei quartieri gentrificati a perdere la loro nuova autenticità e la loro identità originale. Ma anche a riacquistarne una nuova, e a volte a diventare più belli e vivaci anche proprio per chi ci vive.

La gentrificazione all’italiana: più lenta ma non meno profonda

In Italia il fenomeno ha avuto una fisionomia prevalentemente sociale (in America invece ha significato anche la sostituzione etnica degli abitanti, dagli afroamericani dei quartieri-ghetto si è passati agli americani benestanti), è stato molto più contenuto e ha interessato solo alcune grandi città.

I casi italiani più emblematici? Ostiense (Gazometro), Trastevere, Testaccio, San Lorenzo e il Pigneto a Roma; il quartiere Isola a Milano; San Salvario a Torino; San Niccolò a Firenze, il porto a Genova. All’estero, mi viene in mente Soweto.

Prendiamo Testaccio a Roma, ad esempio. Un tempo quartiere operaio legato al mattatoio, negli ultimi vent’anni si è trasformato in una delle zone più alla moda della capitale. Le vecchie trattorie hanno lasciato spazio a ristoranti gourmet, gli appartamenti popolari sono diventati loft di design. È ancora Testaccio? Dipende da come la guardi.

Ma la gentrificazione è sempre un male?

Ecco la domanda da un milione di euro. La gentrificazione ha effetti contraddittori che non si possono ignorare.

Gli aspetti positivi:

  • Riqualificazione di aree degradate
  • Maggiore sicurezza
  • Nuovi servizi e infrastrutture
  • Valorizzazione del patrimonio architettonico
  • Creazione di posti di lavoro

Gli aspetti problematici:

  • Displacement: spostamento forzato della popolazione originaria
  • Perdita di identità culturale del quartiere
  • Aumento insostenibile dei costi della vita
  • Omologazione: tutti i quartieri finiscono per assomigliarsi

Giovanni Semi, professore di sociologia all’Università di Torino, in una sua recente pubblicazione dal titolo appunto “Gentrification“, chiama la “Disneyland” delle grandi città. Una sorta di globalizzazione estetica e culturale.

Come riconoscere la gentrificazione nel tuo quartiere

Ci sono alcuni segnali che possono aiutarti a capire se il tuo quartiere sta vivendo un processo di gentrificazione:

I segnali evidenti:

  • Apertura di coffee shop con nomi in inglese
  • Arrivo di negozi vintage e di design
  • Ristrutturazioni intensive di palazzi storici
  • Aumento visibile dei prezzi negli esercizi commerciali
  • Cambiamento nel tipo di clientela dei locali

I segnali più sottili:

  • Consumi culturali di elite prevalenti: alimentazione bio, mobilità eco sostenibile e il cosiddetto “learning by doing”, imparare mentre si fanno le cose, all’inglese come lingua ufficiale per tutto
  • Scomparsa dei negozi di vicinato storici
  • Cambio generazionale accelerato tra i residenti
  • Trasformazione degli spazi pubblici

L’arrivo della “green gentrification”

Un fenomeno emergente di cui vale la pena parlare è la cosiddetta “green gentrification” o gentrificazione climatica. Dai tetti verdi ai parchi, dai giardini con piantumazione di alberi, alla manutenzione dei canali e dei boschi, si tratta di strumenti utili a migliorare la gestione delle acque piovane e mitigare i rischi di inondazioni e isole di calore, ma che spesso comportano un aumento dei valori immobiliari che esclude le fasce più deboli.

È il paradosso della sostenibilità: le iniziative green, pur essendo necessarie, possono diventare fattore di esclusione sociale.

Cosa possiamo fare: abitare consapevolmente la trasformazione

Non possiamo fermare l’evoluzione delle città, né sarebbe giusto farlo. Ma possiamo viverla con maggiore consapevolezza.

Se abiti in un quartiere in via di gentrificazione:

  • Sostieni i negozi storici quando possibile
  • Partecipa alla vita sociale del quartiere
  • Informati sui piani urbanistici in discussione
  • Dialoga con i nuovi residenti per costruire ponti

Se sei tu il “nuovo arrivato”:

  • Conosci la storia del quartiere in cui ti trasferisci
  • Rispetta l’identità e le tradizioni locali
  • Frequenta anche i locali storici, non solo quelli nuovi
  • Contribuisci alla comunità esistente invece di sostituirla

Lla città che cambia, la città che rimane

Gentrificazione non è un termine neutro: a seconda del contesto, può essere usato con accezione positiva (valorizzazione urbana, sicurezza, rivitalizzazione) o negativa (espulsione dei poveri, omologazione culturale, perdita di autenticità).

La verità è che le città sono organismi vivi, in costante trasformazione. Il punto non è impedire il cambiamento, ma guidarlo verso forme più inclusive e rispettose. Perché una città bella e vivibile dovrebbe essere un diritto di tutti, non un privilegio di pochi.

La gentrificazione ci pone una domanda fondamentale: che tipo di città vogliamo? Una città museo, cristallizzata nel tempo? Una città completamente omologata ai trend globali? O possiamo immaginare una terza via: città che sanno evolversi mantenendo la propria anima, che accolgono il nuovo senza cancellare la memoria?

La risposta non sta nei libri di sociologia urbana. Sta nelle scelte quotidiane che facciamo ogni volta che attraversiamo la soglia di casa e decidiamo come vivere il nostro quartiere.

E tu cosa ne pensi?

Bibliografia e fonti consultate

Enciclopedia e dizionari:

Studi e analisi specialistiche:

Approfondimenti giornalistici:

Casi studio italiani:

Ricerche innovative:

Scritto da:

Al.Fa

Ciao, sono Alessandra, faccio la giornalista dal lontano 2003! Lavoro in un'agenzia di comunicazione e mi occupo di viaggi e agroalimentare.

Le mie passioni? Viaggi, storie autentiche, natura, mobile journalism.

Non serve andare lontano per stupirsi. Quello che serve a un viaggiatore sono occhi aperti e buona memoria.