Centro storico di Bologna

Hai mai notato come, passeggiando nel centro storico della tua città, a volte ti senti quasi un turista nella tua stessa terra? O come, al contrario, certi quartieri che erano considerati "fuori dal mondo" oggi pullulano di vita e energia?

Non è una sensazione strana: è il risultato di trasformazioni profonde che hanno ridisegnato la geografia urbana italiana negli ultimi due secoli.

La storia del rapporto tra centri e periferie in Italia è una storia di rivoluzioni silenziose, di spostamenti di popolazione e di significati che si sono sedimentati nel tempo. È una storia che vale la pena raccontare, perché ci aiuta a capire dove viviamo oggi e, soprattutto, dove stiamo andando.

Quando la periferia nacque dalla rivoluzione industriale

Partiamo dalle origini. La parola "periferia" deriva dal greco: "perí" significa "intorno" e "pherein" "portare". Letteralmente, ciò che sta intorno e viene portato altrove. Un concetto che inizialmente era neutro, geografico, ma che nel tempo si è caricato di connotazioni sociali ed economiche precise.

Lo sviluppo delle periferie delle grandi città europee avvenne in concomitanza con la seconda rivoluzione industriale del XIX secolo, che spinse molti membri dei ceti popolari ad abbandonare le campagne per trovare lavoro nei nuovi stabilimenti industriali. Era l'epoca in cui le città diventavano magneti irresistibili per chi cercava un futuro migliore, ma anche l'epoca in cui l'antitesi centro-periferia cominciò a prevalere sulla precedente antitesi città-campagna.

Pensa a Milano o Torino dell'800: i nuovi arrivati dalle campagne non potevano permettersi le case nel centro, già costose e occupate dalla borghesia. Così nascevano i primi quartieri operai, spesso segnati da sovraffollamento, speculazione edilizia, eccessiva vicinanza alle fabbriche e pessime condizioni igieniche. Le periferie non erano ancora "brutte" per definizione, ma stavano già diventando "altre" rispetto al centro.

Il Novecento: quando le periferie diventarono città

Il Novecento è stato soprattutto il secolo delle metropoli e delle periferie, poiché modernità in architettura e urbanistica prima di ogni altra cosa ha voluto dire crescita urbana ininterrotta e costruzione intensiva di quartieri residenziali low-cost per le classi sociali meno abbienti.

Ma c'è un dettaglio che spesso dimentichiamo: dagli anni Trenta in poi, con un'accelerazione vertiginosa dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le periferie urbane erano cresciute con ritmo esponenziale, alimentate dallo sviluppo industriale intenso, da flussi ininterrotti di immigrazione verso le città. Non erano più solo i contadini del Meridione che si spostavano al Nord: era un'intera Italia che si rimescolava, che lasciava i piccoli centri per le promesse delle grandi città.

Qui nasce uno dei paradossi più affascinanti della nostra storia urbana. Quei magnifici progetti edilizi vennero costruiti fin da subito senza i necessari servizi, senza collegamenti con le altre parti della città, senza spazi sociali, negozi, uffici, luoghi di preghiera, parchi. Erano "cattedrali nel deserto", come le definisce perfettamente uno studio sulle periferie urbane italiane.

I centri storici: dal degrado alla rinascita (e di nuovo al rischio)

Mentre le periferie crescevano, i centri storici vivevano una parabola complessa. Negli ultimi anni del Novecento, la discussione in merito agli interventi sul singolo fabbricato considerato di valore storico e artistico si è spenta o perlomeno si è assopita. Molti centri storici erano diventati luoghi di degrado, abbandonati da chi poteva permettersi case nuove e moderne in periferia.

Ma poi è successo qualcosa di straordinario. Dal 2010 al 2016 le presenze turistiche sono passate da 94 milioni a 111 nelle città d'arte italiane, pari al 27 per cento delle presenze turistiche in Italia. I centri storici sono tornati ad essere appetibili, ma per ragioni diverse dal passato: non più per chi ci voleva vivere, ma per chi li voleva visitare. Con i pro e i contro che ne conseguono, anche se tutti noi possiamo notare come nei centri urbani di paesi e cittadine di provincia, la sofferenza, abitativa e commerciale, con i negozi che chiudono e i centri commerciali che prosperano in periferia, sono una realtà con cui tutti abbiamo dimestichezza.

La grande inversione: quando i centri diventano periferie

Ed eccoci al presente, al cuore della questione che più ci riguarda oggi. Stiamo assistendo a quella che alcuni studiosi chiamano "grande inversione": c'è una questione filosofica: occorre tornare ad avere consapevolezza che il centro storico è un bene comune, non solo dei proprietari delle abitazioni e dei commercianti che vi lavorano.

Turistificazione

Il fenomeno ha un nome preciso: turistificazione. Il turismo in ambito urbano generalmente non crea il proprio spazio, ma rifunzionalizza e ridefinisce lo spazio preesistente, in particolare quello dotato di valore del patrimonio urbano, come i centri storici. Nel 2023, secondo i dati di Halldis (sotto vi metto tutte le fonti), la richiesta di affitti brevi è aumentata del 15 per cento; dato che si innalza al 30 per cento per gli affitti a medio termine.

Cosa significa questo per chi ci vive? Secondo un rapporto dell'università di Siena dal titolo Airification of cities, la maggioranza non usa l'affitto di un appartamento per arrotondare: oltre il 60% sono multiproprietari che prediligono il turista per evitare le morosità degli inquilini tradizionali.

I numeri che raccontano l'Italia spaccata

I dati ci restituiscono un'Italia profondamente divisa. A Frosinone il 52% delle abitazioni nel centro storico è vuoto. A Ragusa è il 42% mentre a Lecco il 42,2% delle abitazioni è occupato da non residenti. Dall'altra parte, ci sono centri come Venezia dove i posti letto dedicati ai turisti hanno superato di gran lunga il numero di residenti, e questo ha trasformato la città in una sorta di parco a tema per visitatori.

Ma c'è anche un dato di speranza. Nello 0,06 per cento del territorio italiano vive il 2,5 per cento della popolazione e si trova l'8,4 per cento degli addetti e soprattutto il 14,5 per cento degli addetti ai servizi pubblici. I centri storici, quando funzionano, sono ancora il motore economico del paese.

Le periferie che rinascono

Non tutto è perduto, anzi. Mentre alcuni centri storici rischiano di svuotarsi della loro anima sociale, le periferie stanno scrivendo nuove storie. L'obiettivo è ripartire dalle periferie già esistenti, senza costruirne altre, e far sì che quelle esistenti possano essere nuovi centri autosufficienti, e non spazi in cui ci si senta soli e "fuori".

C'è un esempio che mi piace particolarmente: Milano Bicocca. Con lo sviluppo della città, il sito che una volta si trovava in periferia, oggi, un secolo dopo, può essere considerato una nuova centralità. Quello che era un quartiere industriale abbandonato è diventato un nuovo centro universitario e residenziale. Qualcuno potrebbe parlare di gentrificazione, ma ne parlo a breve in un altro post.

Cosa possiamo fare: dalla consapevolezza all'azione

La storia ci insegna che centri e periferie non sono categorie fisse, ma spazi in continua trasformazione. L'insediamento contemporaneo non può essere inteso come bene comune, bene immateriale, dove la ricerca della bellezza è finalizzata al benessere dei cittadini, ci ricorda l'Enciclopedia Treccani.

  • Cosa possiamo fare? Prima di tutto, riscoprire i nostri quartieri. Che tu viva in centro o in periferia, esplora gli angoli nascosti della tua città.
  • Sostieni il commercio di vicinato: negli ultimi 10 anni i negozi al dettaglio dei centri storici sono scesi dell'11%, mentre hotel e ristoranti sono saliti del 15. Un dato che dovrebbe farci riflettere sull'importanza di mantenere viva la città per chi ci vive, non solo per chi la visita.
  • Se abiti in un centro storico, ricordati che stai custodendo un pezzo di storia collettiva. Se vivi in periferia, sappi che stai contribuendo a scrivere il futuro della città. La città storica esiste già, e se s'intende mantenerla, restituirne la bellezza e ritornare ad abitarla, occorre costruire altre città, finalmente moderne, in grado di assorbire centralità per trasformare appunto la periferia in città.

La sfida del futuro non è scegliere tra centro e periferia, ma imparare a vivere in una città policentrica, dove ogni quartiere ha la sua dignità e la sua funzione. Dove il centro storico torna ad essere casa, non solo cartolina. E dove le periferie diventano finalmente città.

Per approfondire: bibliografia e fonti consultate

Enciclopedia Treccani:

Ricerche e studi istituzionali:

Studi universitari e accademici:

Studi su gentrificazione e turistificazione:

Dati demografici e statistici:

Ricerche su commercio e sviluppo territoriale:

Scritto da:

Al.Fa

Ciao, sono Alessandra, faccio la giornalista dal lontano 2003! Lavoro in un'agenzia di comunicazione e mi occupo di viaggi e agroalimentare.

Le mie passioni? Viaggi, storie autentiche, natura, mobile journalism.

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